Trieste: le richieste dei 400 imprenditori presenti alla mobilitazione di Rete imprese Italia

Le imprese artigiane sono allo stremo e protestano lanciando un ultimatum alla politica: sgravi fiscali e tagli alla burocrazia le prioritarie urgenze.
È quanto hanno richiesto a gran voce gli oltre 400 imprenditori presenti il 28 gennaio scorso alla giornata di mobilitazione nazionale organizzata da Rete Imprese Italia, che in Friuli Venezia Giulia ha visto Cna, Confcommercio e Confartigianato, promotrici dell’evento regionale, riunirsi
all’Hotel Savoia a Trieste.
La misura per il mondo dell’imprenditoria è colma e i dati lo ribadiscono. In Friuli-Venezia Giulia nel 2012 hanno chiuso quasi mille imprese, e il più colpito è proprio il comparto artigiano: oltre 550 le aziende «decedute», seguito dal commercio (326 imprese).
Complessivamente, in regione, le imprese artigiane attive sono 29.707, ben 1.491 in meno rispetto al 2008, 1.642 rispetto al 2005.


E, purtroppo, per ogni impresa che chiude ci sono altrettanti lavoratori che perdono il lavoro: 4.500 (tra autonomo e dipendente) in regione negli ultimi cinque anni, 7 mila nel commercio.
Dati che scoraggiano le iscrizioni all’albo del Fvg: a fronte di 1.964 nel 2012 si sono registrate 2.532 cancellazioni.
Si è insomma regrediti ai dati del 2000, 13 anni in fumo, mentre il paese, in termini di reddito disponibile e consumi procapite, è tornato rispettivamente ai livelli di 27 e 15 anni fa.
Sembra un bollettino di guerra quello elencato a Trieste dai rappresentanti delle associazioni di categoria, che riportano una situazione drammatica da cui bisogna urgentemente uscire:
improcrastinabili le politiche economiche, frutto di una concertazione con le categorie, che guardino finalmente alle pmi (che rappresentano oltre il 94% dell’intero sistema produttivo italiano!) quale elemento di centralità e non marginale del sistema economico.
Alla manifestazione, intitolata «La politica non metta in liquidazione le imprese», si è tracciato un quadro clinico preoccupante dello stato di salute delle pmi, con patologie ormai croniche, difficoltà di accesso al credito, iter burocratici biblici e costosi (quasi due mesi i tempi di attesa per una sentenza di fallimento o insolvenza, tre per un pagamento da parte delle pubbliche amministrazioni, oltre tre per una sentenza che faccia rispettare il contratto), che stanno minacciando la sopravvivenza di quella che è la colonna portante del sistema paese.
Senza contare le carenze infrastrutturali, gli sprechi pubblici, il costo del lavoro altissimo e, prima fra tutte, una pressione fiscale che, fra reale e oneri extra, supera il 68%, un record negativo tutto italiano.
Fare dell’Italia un paese finalmente normale, dove promesse e impegni generici lascino il posto a un esecutivo, nazionale e regionale, che sappia cogliere appieno il ruolo rivestito dalle pmi sotto il profilo economico, occupazionale, della coesione sociale: questa la richiesta unanime espressa in videoconferenza da Roma dal presidente nazionale di Rete Imprese Italia, Carlo Sangalli, e condivisa dai relatori a Trieste Denis Puntin, Pio Traini e Graziano Tilatti, presidenti regionali Cna, Confcommercio, Confartigianato, che hanno evidenziato come alle criticità a livello nazionale si affianchino nella nostra regione quelle, soprattutto per determinati settori quali commercio, carburanti e autotrasporti, legate alla posizione geografica del Fvg, che deve fronteggiare la concorrenza dei paesi limitrofi (in primis la Slovenia). Tutti appassionanti gli interventi dei relatori, seguiti dalle testimonianze di imprenditori e artigiani irritati e stanchi.
«Vogliamo pochi, chiari obiettivi: via la burocrazia, via i pesi inutili e basta pressione fiscale», ha ben sintetizzato il presidente di Cna Fvg Denis Puntin, auspicando anche il taglio delle province.
«Siamo determinati a non credere più alle favole», ha invece affermato Graziano Tilatti, «c’è da fare un patto serio e non ricordarsi di noi solo in occasione delle elezioni».
«Siamo al capolinea», ha rincarato la dose Pio Traini, «così vessati non riusciamo ad andare avanti.

La politica deve ridarci la possibilità di restare sul mercato, aiutare i consumatori e fare meno sperperi».
Il tempo delle promesse è insomma scaduto: è ora di passare ai fatti

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