Patto stabilità, il nodo va sciolto - Meno burocrazia, più autocertificazione, maggiori sinergie

Puntin: troppe opere in stand-by. Le priorità di Cna Fvg per ridare fiducia agli artigiani
Patto stabilità, il nodo va sciolto - Meno burocrazia, più autocertificazione, maggiori sinergie

Chi pensava che il 2012 fosse stato l’annus horribilis dovrà purtroppo ricredersi. Il periodo di difficoltà e precarietà continua all’insegna dell’incertezza, come testimoniano anche gli ultimi fatti politici. La Cna, riflettendo su quanto si è fatto e su cosa bisogna con urgenza portare avanti, traccia uno scenario possibile della categoria, avanzando le prioritarie proposte per poter ridare fiducia al mondo artigiano.
A partire dal patto di stabilità, che sta bloccando nelle casse comunali risorse preziose per le pmi, penalizzando soprattutto il settore edilizio. «La regione deve trovare il modo di intervenire», dichiara il presidente regionale Cna Fvg Denis Puntin, «normando o prospettando mezzi propri, per sanare la piaga che sta generando il patto di stabilità nelle piccole amministrazioni, enti che posseggono mezzi finanziari ma che non possono utilizzare.

Risultato: piccole opere in stand-by e piccole imprese in affanno». Dal punto di vista del cittadino, e non solo dell’artigiano, appare scandaloso che non vi sia un’organizzazione territoriale capace di rimettere in moto l’economia locale sbrogliando questo meccanismo perverso. Se la regione non scioglierà il nodo sul patto di stabilità, per le pmi artigiane sarà sempre più dura. «Il fatto che i comuni abbiano i soldi nel cassetto per poter avviare piccole opere ma importanti per la comunità e le imprese locali, e che però non possano usarli a causa del patto di stabilità, danneggia fortemente l’economia locale, oltre che penalizzare i cittadini stessi», ribadisce Puntin, «e se si va avanti così altre imprese sono a rischio chiusura».

La Cna, dunque, appoggia totalmente la richiesta dei comuni di modificare il patto di stabilità in regione, perché bloccando gli appalti tutti ne risentono. «E non pensiamo alle grandi opere ma a quei tanti piccoli interventi che i comuni vorrebbero avere la libertà di far partire, sostenendo in tal modo anche il comparto artigiano».
Oltre il danno la beffa: le imprese più tartassate sono, paradossalmente, proprio quelle che si impegnano a lavorare sempre in regola. «Giusto controllare, ma perché persistere con i cantieri che operano correttamente, magari per trovare il pelo nell’uovo, mentre c’è un mondo irregolare, dietro, che resta ignorato? Forse perché è più difficile stanarlo? Troppo comodo controllare i soliti, vogliamo un equilibrio. Si cominci a dare un’occhiata a quei cantieri senza cartelli esposti fuori e con operai con la carriola, magari pagati in nero».
Secondo Puntin, in questo modo non si porta avanti un progetto della prevenzione della sicurezza sui luoghi di lavoro per esempio, «perché il vero obiettivo è quello della contravvenzione, e quindi di far cassa». Le aziende corrette, e ce ne sono tante, già si sforzano di creare le condizioni di lavoro adeguate per salvaguardare la salute e la sicurezza dei dipendenti, però l’attenzione degli organi di controllo sembra invece dirigersi sempre sui soliti noti. E anche questo esaspera: «Manca entusiasmo, questa economia è una macchina desolata e mai manutentata, che ha trascinato con sé tasse e burocrazia, e da qui non si va più avanti», è l’amaro commento di Puntin.
Un altro grave peso per gli artigiani, come se non bastassero la pressante crisi e il senso di precarietà che avvolge tutti settori, resta poi la burocrazia, che non accenna a diminuire: «Interessa tutti i livelli della pubblica amministrazione e ognuno deve dare il suo contributo cercando di far lavorare di più il sistema di autocertificazione».
Snellire, in tempi di austerity, è la parola d’ordine: «Servono, per esempio, quattro fiere in una regione piccola come la nostra, di cui ognuna va all’estero a promuovere il made in Friuli-Venezia Giulia? Non sarebbe più incisivo un sistema unico fieristico?», si chiede Puntin. «E restando sui doppioni, ha senso che vi siano quattro Camere di commercio, ognuna con la sua azienda speciale e i suoi progetti? Non deve sembrare scandaloso parlare di una Cciia unica, perché davvero non servono questi giganti per rappresentare microscopiche imprese. Urgono nuove forme di razionalizzazione».

Insomma, basta con la visione atomistica con cui si considera, per esempio, l’Isontino come una realtà a sé stante, oppure che specialità possono avere, in un contesto economico come il nostro, le aziende della costa, per esempio, quali differenze sostanziali vi sono tra Muggia e San Giorgio? È ora di pensare per aree omogenee e di avere il coraggio di pensare guardando oltre i campanili».
E qui la Cna per prima si fa un’autocritica: perché quattro «teste» provinciali, in Fvg, invece di una Cna regionale unica, più forte e quindi con maggior peso ai tavoli? «Cna deve fare un salto di qualità e governare unita», conferma il presidente regionale, «mettendo assieme tutte le intelligenze per poter dialogare col territorio in maniera uniforme. Stiamo già lavorando su un ragionamento di assistenza al credito su scala allargata».
In questo senso un grosso passo avanti si è fatto con l’Ecipa; mesi fa è stata infatti avviata una nuova collaborazione con la Cna Veneto che vede la Cna Fvg entrare formalmente con una quota nel capitale di Ecipa Veneto scarl. Il primo step concreto è stato l’apertura di una nuova sede a Monfalcone, con cui si amplia anche in Friuli-Venezia Giulia l’offerta di servizi e formazione per lo sviluppo professionale e imprenditoriale. L’obiettivo è di favorire l’azione a favore delle imprese da parte delle Cna territoriali mettendo a rete l’esperienza maturata in Veneto dalla società, affiancando le strutture della Cna regionale in Friuli-Venezia Giulia in una partnership immediatamente operativa e finalizzata a ottenere risultati concreti.
Un primo impegno intrapreso con successo è stato l’accreditamento per la formazione in Friuli-Venezia Giulia, conseguito con decreto dello scorso 13 febbraio. Sarà ora necessario smuovere l’operatività del Fondo artigianato nel contesto regionale nei tempi più brevi possibili. «La Cna si è così dotata di un suo ente di formazione operante in regione. Lo abbiamo fatto con i colleghi del Veneto ed è la prova di quanto sia importante lavorare assieme nel nostro sistema». Ecipa si è insediata a Monfalcone in una sede Cna che dispone di due aule per corsi teorici e di informatica, e può quindi subito attivare percorsi formativi rivolti alle imprese artigiane e alle pmi, rispondendo così a una richiesta che perviene dalle aree produttive friulane, attive prevalentemente negli ambiti alimentare, nautico e turistico e caratterizzate da una dimensione piccola se non addirittura micro, con un buon numero di imprese individuali o con soli 2-3 addetti. Un tessuto, però, vivace e dinamico, anche in virtù delle relazioni con i paesi oltreconfine e della prossimità con il sistema industriale del Veneto pedemontano (nel quale l’area della provincia di Pordenone risulta di fatto integrata).
Ecipa, che opera già in progetti interregionali e transfrontalieri e utilizza le nuove tecnologie come strumento per la formazione (e-learning), si propone oggi come realtà in grado di valorizzare in Friuli-Venezia Giulia il ruolo e le competenze delle singole Cna. Certo, non è tutto ma è già qualcosa. Quindi, ricapitolando: tagli, snellimento burocratico, nuovi enti di formazione, sinergie del sistema Cna... e poi? «E poi è ora che la Cna cominci a pesare di più nelle istituzioni e nei confronti del mondo della politica». (Art.di Rosalba Tello)

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